Su 100 piccole e medie imprese italiane solo 34 sono presenti sul web e solo 13 offrono la possibilità di comprare online i loro prodotti.
Conservatrice e poco digitale, ecco l’impresa italiana. Pregio se si parla di tradizione e difetto se bisogna far tornare i conti con il calo delle vendite e le tasse sempre in aumento.
La cosa curiosa, semmai, è che le opportunità e le motivazioni per investire non mancherebbero, infatti inglesi, tedeschi e francesi su internet cercano spesso prodotti made in Italy. È noto il dato secondo cui il made in Italy, fosse un brand, sarebbe il terzo marchio più noto al mondo dopo Coca Cola e Visa. Così come del resto, nel primo semestre 2013 le ricerche su Google relative al Made in Italy e ai suoi settori chiave sono cresciute dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con picchi significativi in Giappone (+29%), Russia (+13%) e India (+20%), che fanno registrare la crescita maggiore. Non stupisce, pertanto, che si sia registrato un incremento annuo del fatturato dell’1,2% delle imprese cosiddette “online” (che hanno il sito internet e fanno e-commerce), contro il -4,5% delle imprese offline (prive cioè anche di pagina web). O che il 34% delle imprese online abbia ha aumentato il personale, negli ultimi 5 anni, contro l’11% delle imprese offline. O ancora, che l’incidenza del fatturato estero delle imprese online (14,7%) superi di tre volte quello delle imprese offline (4,1%).
Su Google il Made in Italy è in pieno boom economico!
I problemi maggiori con la digitalizzazione del proprio business ce li abbiamo proprio con le piccole imprese. Le migliori venti aziende italiane che operano online fanno assieme il 70% del fatturato complessivo dell’e-commerce italiano. Le prime cinquanta, l’86%. Le ragioni di un simile livello di concentrazione sono molteplici: investimenti elevati, competenze specifiche, presidio delle leve tecnologiche e di marketing. La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mai Tse Tung, e nemmeno quella digitale lo è.
Se è vero che da un lato le piccole e micro imprese hanno bisogno come l’aria di presidiare le nuove praterie di mercato online, è altrettanto corretto rilevare come per loro sia difficile fare questo salto, sia dal punto di vista dell’investimento economico sia da quello della propensione a rivoluzionare le proprie certezze. Se la strada è quella giusta, quindi, come si può fare per incentivare tali realtà a percorrerla? Come convincerle che stare fermi è più rischioso che muoversi, che conservare è più rischioso che cambiare? A parole, ci stanno provando un po’ tutti a darsi da fare. Nei fatti, invece, si è fatto ancora molto poco. Nel Decreto del Fare bis c’è anche qualche cosa per promuovere il parco tecnologico e la digitalizzazione, meglio di niente…
Forse la chiave sarebbe valorizzare i giovani come promotori della “rivoluzione” digitale dell’economia italiana!!!

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